I Quattru Cantuna: un ritratto di un’infanzia perduta

Il gioco è da sempre un’occasione fondamentale di evasione e di socializzazione, una dimensione che travalica la semplice età infantile per persistere, in forme diverse, in ogni fase della vita. Tuttavia, per i bambini di un’epoca passata, privi degli innumerevoli stimoli artificiali che caratterizzano il mondo odierno, il gioco di strada rappresentava molto più che un semplice passatempo. Esso era un vero e proprio laboratorio di vita, uno stimolo potentissimo per la fantasia, un campo di prova per l’elaborazione di strategie complesse e, non da ultimo, il mezzo per sviluppare i “muscoli della mente” insieme a quelli del corpo. In un’era pre-digitale, la creatività era la risorsa primaria, l’unica necessaria per trasformare un marciapiede in un regno, un sasso in un tesoro e un gruppo di amici in una squadra affiatata.

Molti, ricordando la propria infanzia, ripensano a quanto bastasse veramente poco per divertirsi. Si giocava spesso in assenza di un giocattolo vero e proprio, perché il giocattolo erano le regole stesse, la dinamica di gruppo, lo spazio condiviso. Queste regole, immutate nei secoli e tramandate di padre in figlio in una tradizione orale che costituiva un patrimonio collettivo, erano la struttura portante di quel mondo. Ancora negli anni Sessanta del secolo scorso, le strade e le piazze italiane erano il palcoscenico privilegiato di questa vivace socialità infantile. Erano spazi ancora liberi dal traffico motorizzato invadente e pericoloso che le avrebbe dominate di lì a poco, luoghi sicuri dove l’urlo di un bambino che gioca si mescolava ai rumori della vita quotidiana.

In questo contesto, uno dei giochi più in voga e rappresentativi era senza dubbio quello dei Quattro Cantoni ( i “Quattru Cantuna” in siciliano). La sua bellezza risiedeva nella sua disarmante semplicità e nel divertimento puro che generava. Le regole, altrettanto semplici, prevedevano la tracciatura di un quadrato per terra con un gesso, oppure, in una versione ancor più autentica, l’appropriazione di un vero e proprio incrocio di strade, con i suoi marciapiedi a fare da cantoni naturali. Il gioco richiedeva la partecipazione di cinque giocatori: quattro di essi occupavano ciascun angolo (il “cantone”), mentre il quinto rimaneva escluso al centro, ruolo inizialmente stabilito dalla sorte.

Il cuore del gioco, e la sua genialità, risiedeva nel meccanismo che seguiva. Al via, i quattro occupanti dei cantoni, dopo essersi scambiate occhiate d’intesa complici, approfittando di un attimo di distrazione del malcapitato al centro – che magari si voltava o era impegnato a controllare un altro lato –, tentavano uno scambio di posto simultaneo. L’obiettivo era riuscire a correre da un cantone all’altro senza farsi “bruciare” il posto, ovvero senza che il giocatore al centro riuscisse a conquistarne uno vuoto durante il tentativo di scambio. Se il giocatore al centro riusciva nell’impresa, chi rimaneva senza posto era costretto a subentrare al centro, e il gioco ricominciava senza sosta. Il tutto avveniva in un turbinio di corse, grida di eccitazione, risate e un senso di complicità totale. Non c’era bisogno di nient’altro.

Oggi, il panorama del gioco infantile è radicalmente mutato. I giochi di una volta, fatti di corsa, contatto fisico e negoziazione sociale in tempo reale, sono stati in larga parte sostituiti dai videogiochi. Se da un lato la tecnologia offre esperienze immersive e indubbiamente stimolanti, dall’altro il modello di socialità che propone è profondamente diverso. Il massimo della condivisione è spesso rappresentato da partecipanti in remoto, connessi da una rete ma fisicamente isolati nelle loro stanze. In questo ambiente, seppur interconnesso, trionfa un individualismo di fondo e si respira un’aria di solitudine strutturale. La fantasia, che un volta fioriva nel vuoto lasciato dalla mancanza di stimoli precostituiti, viene oggi spesso sostituita dalle “app” e da narrative predefinite.

Ciò che si è perso, quindi, non è solo un gioco, ma un rito sociale, un momento di autentica evasione collettiva che forgiava il carattere e insegnava l’importanza dell’osservazione, della strategia, della cooperazione non verbale e dell’accettazione serena dell’essere temporaneamente “esclusi”, sapendo che il turno per tornare in giro sarebbe presto arrivato. Di quel mondo, oggi resta poco o nulla, se non uno struggente e profondo senso di nostalgia per un’epoca in cui la felicità aveva la forma semplice di un quadrato disegnato col gesso sull’asfalto e il suono contagioso di una risata condivisa all’aria aperta.

Olive
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