PERSONE

La Repubblica nella memoria di un soldato: il 2 giugno 1973 di Paolo Oddo

La Repubblica nella memoria di un soldato: il 2 giugno 1973 di Paolo Oddo

di Giuseppe Nativo

Il 2 giugno 1946 i cittadini italiani scelsero una Repubblica fondata sul lavoro e sulla dignità della persona. Per la prima volta nella storia d’Italia, donne e uomini votarono insieme: da quella scelta nacque il patto costituzionale che ciascun cittadino rinnova ogni giorno attraverso le Istituzioni. Nel messaggio di fine 2025 dedicato proprio all’ottantesimo anniversario della Repubblica, il presidente Sergio Mattarella ha affermato: “La Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi”.

Una frase che sembra cucita su quella sottile trama quotidiana che accompagna la vita civile e che, talvolta, riaffiora nei ricordi più inattesi.

È il caso di una mattina del 2 giugno 1973, vissuta intensamente da alcuni giovani militari, tra cui diversi iblei. Fra loro, il modicano Paolo Oddo, che in questi giorni ha condiviso sui social un racconto vivido e sorprendente della sua esperienza.

Una squadra N.B.C. in tenuta goliardica. Paolo Oddo è il primo sulla destra, accosciato

Per comprendere la sua esperienza mozzafiato è necessario spostarsi ad una mattina «qualsiasi» della tarda primavera del 1973. Paolo Oddo, poco più che ventenne, era di stanza a Rieti in servizio militare. Quella giornata si trovava in un’aula della Caserma Verdirosi del Battaglione di Difesa Nucleare, Biologica e Chimica di Rieti, a quell’epoca ospitata nel convento dell’ordine dei Predicatori (Domenicani) di quella città annesso alla chiesa di San Domenico (eretta nel 1268 e, per secoli, considerata la Basilica più ricca ed artisticamente interessante della città). Con l’Unità d’Italia, i padri Domenicani erano stati cacciati da Rieti e così il Convento di San Domenico era stato destinato a caserma dei militari. Dal XIII al XVIII sec. la chiesa – che si trova al centro di Rieti e che si affaccia sulla Piazza dedicata alla Beata Colomba (1467-1501; laica domenicana) – costituì un immenso cantiere, scandendo le tappe evolutive dell’arte sacra secondo la tradizione consolidata, dal Romanico al Gotico, dall’età della controriforma all’età barocca. Dunque, un luogo molto antico che si prestava anche a racconti e fantasie popolari.

Ritornando a quella «mattina qualsiasi» di tarda primavera del 1973, come la definisce Paolo Oddo nel suo racconto, il gruppo di commilitoni – lui compreso -era impegnato a seguire «una lezione sugli effetti letali dell’yprite o sulla dose necessaria di gas nervino per uccidere un essere umano». Tale sostanza chimica, molto tossica(una delle più temibili e aggressive di uso bellico),era chiamata in quel modo dal nome della città di Ypres (città delle Fiandre), nelle cui vicinanze era stata lanciata per la prima volta dai Tedeschi (luglio 1917). Gli Inglesi e Americani la chiamavano anche “mustard gas” (gas mostarda) per il suo odore simile a quello di senape, di aglio o di ramolaccio.

La loro attenzione improvvisamente era distolta dall’arrivo del colonnello che, in pompa magna e con voce ieratica e imponente, annunciava la partecipazione del battaglione alla «Sfilata del Due Giugno». «Detto tutto maiuscolo ce lo disse, quasi sull’attenti!», annota Oddo.

Da quel momento iniziavano intere e diverse giornate di intensa preparazione, cui seguiva una settimana, l’ultima prima della Sfilata, a Roma, in una caserma della via Nomentana. Altre esercitazioni notturne, per evitare che le lunghe colonne militari intasassero il Raccordo Anulare. Prove e controprove e infine la prova generale.

Prosegue il racconto dalla viva voce di Paolo Oddo: «Libera uscita? Per niente. Ci radunarono in un’aula della caserma dove ritrovammo il nostro colonnello che, con una faccia molto stanca e atteggiamento amareggiato, ci disse: “Sono stato chiamato al Ministero della Difesa e, di fronte ad alcuni generali preoccupati, ho saputo che nella nostra caserma di Rieti circola un volantino – firmato: “Compagni in Divisa” – dove vi si invita ad atti di sedizione durante la Sfilata”.

Il colonnello tirò un lungo respiro. «Circondato dalle “Penne Bianche” (le definì proprio così, sprezzante, “penne bianche”) sono stato oggetto di una lavata di capo che nemmeno da recluta, per cui vi invito, se qualcuno di voi avesse qualche “perplessità” a partecipare, di fare un passo avanti; sarà escluso dalla Sfilata e gli do la mia parola d’onore che non gli sarà mosso alcun rimprovero. Vi ricordo ancora che un atto di sedizione può costarvi fino a quindici anni di carcere militare” molto duro «dopo i quali, con le vostre terga, potranno giocarci a pallacanestro.»

Nessuno di quei giovani militari si mosse, naturalmente. «E naturalmente tutti avevamo avuto copia di quel volantino».

E venne il fatidico 2 giugno! Qualche ora d’attesa, poi via sui mezzi.

«Al segnale convenuto indossammo le maschere antigas; avevamo le tute, i contatori geiger ed altri strumenti. Le armi erano scariche e non avevamo nemmeno le munizioni. L’insieme di un battaglione conciato in questo modo è davvero impressionante. Sembravamo automi discesi da una navicella spaziale. Faceva caldo e si respirava male… e poi imboccammo la via dei Fori Imperiali e ci accolse un boato di sorpresa. Migliaia di persone che commentavano e poi gli applausi, e le grida, l’inno nazionale, le bandiere. Ma quel boato… impressionante!».

L’inno nazionale, “Il Canto degli italiani”, noto come inno di Mameli, percorreva la schiena di quel manipolo di soldati. Quasi come un brivido di emozione, una sensazione inspiegabile di emozione che gratificava loro.

«Avevamo dimenticato tutto: il caldo, il respiro corto, le tute scomode. Capii in quel momento cosa dovesse aver provato un imperatore in mezzo a quella folla. La pienezza del significato di trionfo. Salutammo il presidente Leone e la sua coorte di autorità megagalattiche e ci apprestammo a ricordare questo giorno per tutta la vita per la sua enorme rilevanza».

Oltre a essere simbolo ufficiale della Repubblica, l’inno rappresenta uno dei tre simboli dell’unità nazionale insieme al Tricolore e al Presidente della Repubblica».