Viaggio nella sua formazione e nei suoi affetti
Tra ambiente, memoria e identità
di Giuseppe Nativo
«In un cantuccio della libreria angolare con sette ripiani in legno, posto in alto non per perderlo di vista ma, al contrario, per notarlo sempre è riposto un volumetto che per me ha anche un valore affettivo. È una pubblicazione originale di liriche dal titolo “… E la mia vita si fermò!” (La Cartostampa, Ragusa, 1960, pp.130, con prefazione di Carmelo Lauretta) che a mio padre fu regalato dall’autore: il santacrocese Luigi Balzano Conti (1913-1970)». Poeta autodidatta di versi in vernacolo e in lingua nonché novelliere, pubblicò alcuni volumi che raccolgono le sue opere. Gran parte dei suoi manoscritti tra poesie, novelle,

articoli di cronaca, si trovano presso la biblioteca e Museo demologico di Santa Croce Camerina. «Non l’ho mai conosciuto personalmente perché ero troppo piccola per ricordarlo, ma conservo gelosamente una sua opera». Inizia così la piacevole chiacchierata, in quel di Santa Croce Camerina, con la poetessa e scrittrice Antonella Galuppi, nel suo studiolo la cui forma trapezoidale incontra, in un angolo acuto,

proprio la libreria angolare dai cui ripiani si intravedono libri riposti a doppia fila ma ben curati nella loro collocazione a dorso, talora coricati, tal altra in piedi, ma ben visibili. Fuori una giornata primaverile ma di quelle toste, con una punta di vento frizzantino che sembra far vibrare qualche finestra chiusa male. Per Santa Croce Camerina, dove in genere il clima è abbastanza mite, forse è inusuale ma è sufficiente a stimolare i ricordi di Antonella che, siciliana per parte materna ed emiliana per la restante, è nata a Scicli ma vive a Santa Croce Camerina.

Su un tavolino, accanto alla sua poltroncina su cui trova le sue muse ispiratrici, è poggiata la sua recente fatica letteraria “Echi di nuove storie” (Operaincerta, Ragusa, 2025, pp. 108), con cui ha riscosso vasti consensi della critica, presentato in tante iniziative culturali (tra cui nell’ambito della seconda giornata della kermesse letteraria “A Tutto Volume”, sez. Extra Volume, giugno 2025; lo scorso 9 maggio, congiuntamente al suo “Madre Dentro”, al “sabato letterario” del Caffè letterario Quasimodo di Modica). Da una cartelletta verde, che interseca il libro, diversi fogli di bloc-notes, a quadri e con fitti appunti, un pochino rosicchiati sui bordi dalla sua cagnolina Yorkshire di 13 anni che con la sua delicata irruenza riesce a far vibrare le due tazze di tè aromatizzati inglesi con leggera profumazione allo zenzero.
Stai lavorando ad un nuovo libro? «Diciamo che è in itinere. Dentro quella cartelletta vi sono anche alcune foto che ricordano gli eventi culturali dove sono stata premiata in vari ambiti (poesia e narrativa), fra cui il premio “Livatino-Saetta-Costa” (CT, 2017) e “Federico II” (Modica, 2021). Da ben quarant’anni mi occupo di scrittura. Ho iniziato con le poesie che sono state il mio primo importante approccio alla scrittura».
In queste ultime settimane però l’anima della sua Santa Croce Camerina la sente ancora più vicina perché ha ricevuto di recente due riconoscimenti concomitanti.
Di cosa si tratta? «Si tratta di due concorsi letterari per i quali mi sono classificata al primo posto: al concorso di poesia in onore di Luigi Balzano Conti (VI edizione) con la poesia in vernacolo “Cu ttia tastai lu munnu”; e al concorso di narrativa “Manuela Paradiso”, in onore di Vannino Avanzato (scrittore santacrocese, 1920-2009), IV edizione, col racconto inedito “La figlia prediletta”.Entrambe le iniziative,la cui premiazione si è tenuta lo scorso 24 aprile presso la locale biblioteca comunale, sono state indette da UniTre-sede di Santa Croce Camerina e promosse dalla presidente Maria Rosa Vitale con la collaborazione del Comune».
Hai dei ricordi di Vannino Avanzato? «Ho avuto modo di frequentarlo fino alla sua scomparsa perché si intratteneva spesso a casa dei miei genitori, essendo stata la sua famiglia d’origine, vicina di casa dei miei nonni materni, quando viveva a Scicli. Ritrovarlo a Santa Croce ha permesso a mia madre di continuare ad

intrattenere rapporti di amicizia con lui e conseguentemente con me.Vannino aveva un fisico minuto e asciutto. Si spostava a piedi ovunque. Abitava ad una cinquantina di metri dalla casa dei miei genitori. Quando usciva, passava sempre bussando alla porta anche solo per salutarmi. A volte si intratteneva sull’uscio e poi procedeva per fare le sue faccende, a volte entrava e si sedeva in salotto a chiacchierare con noi. Condivideva con me le sue idee, sia relative alla scrittura, che i pensieri riguardanti la società del tempo. L’ultimo lavoro di cui mi aveva parlato erano “i guitti” una categoria di attori della commedia dell’arte che erano considerati di infimo ordine, una sorta di burloni fuori dalle regole, ma di cui lui voleva scrivere proprio perché ne aveva un’opinione diversa. Coloro che non si fanno sottomettere dai cliché ma ragionano con la propria testa, senza condizionamenti, erano le persone che preferiva e di cui lui stesso faceva parte. Si rammaricava dell’ignoranza della gente, ignoranza intesa come incapacità di valorizzare le risorse culturali del territorio e propendere verso canoni stereotipati e uniformi. Mi diceva sempre che dovevo continuare a scrivere, se questo mi dava gioia, senza lasciarmi influenzare dal giudizio altrui, perché “nessuno accetta che l’altro sappia fare qualcosa di diverso e migliore di lui” (“nuddu na sta vita ti vò beni, sulu ta matri”)».●